lunes, 5 de junio de 2017

TELECITA (Italiano)



Si sentiva solo il rumore dell'acqua che scorreva fra le pietre del fiume e il mormorio del vento acquattato tra le fronde degli alberi a spiare le donne imprudenti. II resto era silenzio, quiete e un implacabile ricordo trascinato per anni, avvolto nel risentimento.Il maltempo era una protezione per la Telecita, abituata a vivere senza un tetto, a dormire per strada o sotto un ponte, e a tirare avanti un po' con i suoi racconti, un po' con la paura che infondono le sue maledizioni di pazza, i suoi sogni visionari e i suoi scapolari multicolori messi uno sopra l'altro, tessuti con lana di capra. Ti sei perso nell'acqua, se lo è trascinato sul fondo il vórtice della pura cupidigia, sanguisuga, maledice guardando la casa grande e brandendo uno scapolare unto e minaccioso.

A pochi metri, in cima alia collina, nella casa grande c'è l'inferno senza diavoli e senza fuoco. Un inferno di dolore quotidiano, autentico, segno che la signora Aurora è ancora viva e si contor­ce nel letto tentando di sciogliere le corde che da mesi la tengono attaccata al dolore e alle febbri. Il cuore, dicono. Il chagas,* mormorano, le farà scoppiare il cuore. Negli eccessi della febbre farfuglia e domanda in continuazione della lettera, se è arrivata, cosa dice...

La Telecita fa fumare i rospi. Quando saltano in aria a pezzi lei scoppia a ridere. Poi raduna i suoi fili sparpagliati sul fondo di una cassa di legno che tiene nascosta nel tronco vuoto di un albero: questa notte la luna si tingerà di fuoco, mormora. Diventerà colorata come questi fili. Seduta a terra, protetta da un carrubo, raccoglie gusci di lumaca, e con l'unghia lunga del mignolo scandaglia l'interno dell'elicoidale rinsecchito in cui si nascondono piccoli insetti: forbicine, centopiedi, un necroforo iridescente verde e oro, qualche vinchuca nera striata di rosso.

La vinchuca ormai ti ha punto, e cacò nella puntura, tu hai grattato ed ecco qui: il veleno ti è entrato nel sangue ed è arrivato dritto al tuo cuore nero come il carbone...

Quando il vento soffia da nord e arriva al fiume dopo aver attraversato la casa, dopo aver fatto irruzione nelle stanze come un intruso, trasporta rumori inquietanti e sussurri di morte. Dai cassetti odorosi di lavanda estrae i ricordi più occulti e li sparge ovunque, li getta senza imbarazzo alla foga della rosa dei venti, come se fossero pezzi esplosi dal cuore delle persone dimenticate da tutti.

L'intimità è squarciata dal vento. La tranquillitá della casa si sfilaccia fra lamenti e mormorii pronunciati di sottecchi negli angoli, con la bocca rimpicciolita dalla paura. Le caviglie delle domestiche sonó avviluppate dalle imbastiture dei pettegolezzi affaticati che si lasciano cadere nella pesantezza della siesta. Di notte, prima di andarsene a dormire nei loro ricoveri, le domestiche liberano le caviglie dai bisbigli e ne fanno matasse, poi li ripongono nei bauli profumati: ricameranno scialli neri per le veglie funebri, carichi di fiori scuri, pesanti, corporei come pietre. Quando il vento arriva dal nord, dopo aver attraversato in silenzio la galleria e aver disperso l'odore dei gerani rossi e viola, si raggruma nella chioma degli alberi e lì, ammassato, parla con parole che addormentano o uccidono; trama anche con le nuvole più alte, le più scure che incoronano la sierra, per spingerle a precipitare durante la notte e satu­rare le acque del fiume obbligandolo a straripare giù a valle.

Aurora de Fresneda è molto buona, dicono. Raccoglie bambini orfani, mette insieme i bastardi, i figli del vento del nord profanatore, li culla in brande di pagliericcio e dà loro biberon di sciroppo di chañar, appiccicoso e dolce, e baccelli di carruba da mordera, per ingannare la fame, anche se a loro non manca nulla, perché Aurorita è ricca e generosa, e ha un cuore grande così.

Generosa sì, con un cuore enorme, ride come una pazza la Telecita; però sei una ladra di figli degli altri.

Aurora de Fresneda impasta pani rotondi come seni, con capezzoli di fragole e il sapore di arance amare, li divide in fette e li distribuisce fra i poveri e le vedove. Nei vassoi riposa la pasta e lievita fino al bordo, fino a raddoppiare, triplicare ed espandersi e ammassarsi ai lati del vassoio.

Le domestiche vegliano il fuoco del forno, controllano la tempe­ratura per tutta la notte e gettano dentro rami di rosmarino e mirto per profumare il pane. E quando una di loro si addormenta o la testa le ciondola, con gli occhi chiusi per il torpore, e smania con i rumori sordi delle vecchie senza sogni né speranze, le altre la scuotono con un cucchiaio e le urlano di svegliarsi.

Dicono che la Telecita, quando faceva la domestica, aveva i capelli divisi da una riga, si bruciò tutti i capelli durante una di queste veglie, mentre controllava il forno di Aurora de Fresneda in cui cuocevano i pani dei poveri, delle vedove e dei bastardi. Dicono che mentre apriva lo sportello per guardare dentro, uscì una scintilla scriteriata che disegnando una spirale le si conficcò nelle trecce nere, spesse come caramelle di zucchero. E dicono anche che Aurorita le tolse il figlio con l'inganno, la abbindolò per tenersi Juan Dominguito, il bimbo adorato, concepito quando il vento del nord le entrò nel corpo improvvisamente, mentre pisciava accucciata fra le erbacce.

E alla Telecita non ricrebbero più i capelli, da quel momento fu calva come un uovo. E ora porta sempre un fazzoletto nero arrotolato sulla testa, come una meringa al cioccolato, come una confettura di lutto, marmellata di mora nera. E ha lo sguardo torvo del risentimento, perché è rimasta zitella a causa di quella scintilla dall' andamento ambiguo e sfuggente che le si impigliò fra le trecce. E ora trascorre i giorni e le notti sulle rive del riume, frugando con un bastone nell'acqua e chiamando il figlioletto che non vuole uscire dal vortice. Non mi vuoi più bene perché sono calva, cattivo bambino? Ti vergogni perché tua madre ha la testa come un uovo sodo? Ti dovresti vergognare di più di quest' altra, questa rossa di merda che mi ti si è rubato, per poi lasciarti giocare così vicino alla riva, a ciucciare carrube, mentre lei scriveva lettere per la Spagna. Non vide che dal nord arrivava la piena? Non sentì quel rumore di locomotiva che si porta via tutto?

E sostengono che la Telecita odia a morte Aurora de Fresneda, che la incolpa della sua calvizie di uovo sodo. Aurora de Fresneda, i capelli rossi come il rame e il miele di rosmarino, con una lunga capigliatura di fuoco che al sole è una vera fiamma, era una meraviglia, bellissima, e faceva impazzire gli uomini; ma non dava confidenza a nessuno, neppure li guardava, e meno che mai concesse ad alcuno un sorriso gentile. Tranne che al genérale. E dicono che la Telecita porta sempre fiammiferi in una tasca per daré fuoco ai capelli di Aurora se la dovesse incrociare sul suo cammino nel giorno dei morti, quando porta al cimitero ginestre e gladioli per il figlio morto durante la piena del '54. Ma la Telecita ha un passatempo: fa fumare i rospi, li gonfia con il fumo finché non scoppiano; per questo porta sempre i fiammiferi.

Per colpa tua, disgraziata. E pure del generale.

La Telecita guarda con disprezzo e diffidenza la casa grande, che non profuma più di lievito e di pane caldo, ma ha l'odore denso e sciroppato della prossimità del trapasso.

Le malelingue dicono che Aurora gli si avvicinò, con i capelli sciolti che brillavano come rame e gli disse: Mio generale, Aurora de Fresneda, per servirla. E che il Generale, con il cuore ancora trafitto per la perdita della sua bella moglie, e forse per mitigare il fuoco di questa ferita, impazzi per lei, e per vederla di nascosto tornò a Cosquín con ogni scusa possibile. E raccontano che per lei perse il sonno, e trascurò il governo, e per colpa sua quel gorilla di Rojas si ribellò e lo rovesciò, per quanto era smarrito fra quei capel­li rossi, tanto che trascurò il governo della Nazione e dimenticò di mantenere le sue promesse. Girò anche la voce che il generale, anni dopo, ormai in Spagna, la fece chiamare con una lettera, che lei dice di tenere al sicuro e non fa vedere a nessuno; giusto la busta, e di corsa la nasconde di nuovo nella borsetta, fa solo vedere una vecchia intestazione della Casa del Governo, così, in un batter d'occhio, mentre con l'unghia scarlatta e il dito appuntito indica il mittente e il francobollo con l'effigie di un altro generale, addirittura un generalissimo. E se un tempo fu bella e dalla pelle scura, Aurora de Fresneda (Aurorita, come la chiama chi le vuole bene), già da tempo ha perduto la lucentezza dei capelli, la scintilla negli occhi e il vellutato candore che erèdito dalla nonna Rosalia; e anco­ra di più le speranze di recuperare il Genérale, e di chiudere la bocca dei maldicenti che ogni tanto alzano polveroni di chiacchiere, più per noia che per invidia del suo cognome antico e del suo denaro.

Quella notte, forse per via dei capricci del vento - annunciato già dal giorno prima dalla luna diventata rossa come una palla di fuoco e dalla Telecita che vagava di casa in casa fino all'altra riva del fiume annunciando disgrazie e bambini morti - le domestiche si addormentarono mentre cullavano il pane nelle madie, e svegliandosi scoprirono con orrore che non aveva lievitato, che i panetti di pasta assomigliavano ai loro seni appassiti e schiacciati. Uscirono per strada ululando, corsero spaventate per il paese, avvolte negli scialli sudici di oscurità, asciugandosi il muco e gemendo per l'avversa fortuna.

Come cenere corse la cattiva notizia che il pane non era lievitato, e arrivò fino alle orecchie della Telecita che come al solito filava scapolari con peli di capra sulla riva del fiume, alla luce della luna piena, mentre malediceva a bassa voce la Fresneda augurandole ogni disgrazia, a lei e di rimando al suo Generale che se l'era dimenticata dall'altra parte dell'oceano. Le malelingue dicevano che era lui, che era il Generale a non potere; però Aurora si incolpo sempre di essere lei quella sterile, e che per la debolezza del suo sangue non era rimasta incinta né quella prima notte in cui il Generale la fece sua, né nelle altre notti: e ce ne furono molte, nel tempo, in cui lei calmò il dolore di quel cuore trafitto fino a dargli sollievo. Per questo passa tutto il tempo a raccogliere o ad appropriarsi di orfani e bastardi, allevando i senzatetto come se fossero suoi e portandoli a battesimo metiendo a tutti il nome del suo ingrato amante.

Non ti ha mai amato, puttana. Non sei mai stata altro che un capriccio del Genérale, quel maledetto... come mi sarebbe piaciuto regalargli uno scapolare come il tuo, quello che ti ho regálate venti anni fa, tutto colorato...

Se l'impasto non lie vita e non raddoppia il suo volume durante la notte porta male... dicono le vecchie. E per il vento, che soffia tra i rami degli alberi e mentre accarezza le foglie parla, lancia maledizioni e fa inacidire il lievito.

La Telecita mette da parte i suoi fili colorati e sbircia dall'altra parte del fiume: guarda con occhi logori la casa grande; un quadrato di luce macilenta è delineato da una delle finestre superiori, dove Aurora de Fresneda agonizza dietro i vetri impeccabili. Con le dita appuntite tasta in un borsellino i fiammiferi e i suoi occhi rinsecchiti si inumidiscono. Si accarezza la calvizie e abbozza un sorriso. Canticchiando, la Telecita attraversa il ponte diretta alla casa grande, in cima alla collina; avanza fra le piantagioni di banane lungo la strada, calpestando ciuffi di lanugine, disfacendoli sotto i suoi sandali di stoffa nera.

Aurorita, Aurorita, canta piano piano, mentre la sua mano stringe fiammiferi nel fondo della tasca. Aurorita, Aurorita, i pani usciranno dal forno schiacciati e scuri come sterco di vacca, e Juan Dominguito tornerà fra le mie braccia, che è dove deve stare, e non a casa tua. E poi, non si chiama Juan Domingo, questo nome gliel'hai dato tu, un vero capriccio, un certificato di proprietà; per­ché si chiama Vento, come suo padre.

Quanti anni sonó passati, si chiede la Telecita, mentre sale sulla collina al buio. Nel giardino appassito, fra il profumo rancido delle gardenie, rimane quasi senza chiudere le palpebre, con gli occhi fissi sulla finestra ifluminata dietro la quale si dibatte tra la vita e la morte la Fresneda. Tira fuori dalla tasca un rospo raccolto nel fiume, gli mette una sigaretta in bocca e la accende. Per quanti anni ho aspettato questo momento? Venti, venticinque? Da quando ti ho dato lo scapolare, disgraziata. Si, il veleno della vinchuca è lento ma ti si è conficcato nel cuore facendolo lievitare piano piano, come il pane; ti si è gonfiato poco a poco, fino a che è diventato più grande del petto, e questa notte, te lo giuro sul vento del nord e su mio figlio morto, tu scoppierai come questo rospo.

 

* Malattia di origine parassitaria che, dopo una fase latente che puó durare anni, provoca danni al cuore e agli organi interni spesso causando la morte (N.d.T.)

Traduzione dallo spagnolo di Laura Petruccioli

 

© norberto luis romero 2017

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